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3   giugno

Razzismo, W.E.B. Du Bois e la “color line” globale. Intervista al professor Aldon Morris

Razzismo, W.E.B. Du Bois e la “color line” globale

Intervista al professor Aldon Morris

Il professor Aldon Morris, studioso dei movimenti sociali, dei diritti civili e delle disuguaglianze sociali, ha visitato la SNS durante il mese di maggio. Morris è noto anche per le sue ricerche su W.E.B. Du Bois, tema della sua conferenza presso l’Istituto Ciampi. Nel 2021 è stato inoltre presidente dell’American Sociological Association. Lo abbiamo incontrato per discutere del suo lavoro, partendo da alcuni episodi personali che hanno influenzato le questioni che avrebbe poi studiato.

«Sono cresciuto in una piccola città del Mississippi prima di trasferirmi a Chicago all’età di 13 anni. Da ragazzo nel Sud degli Stati Uniti ho vissuto in prima persona la segregazione delle leggi Jim Crow (le leggi approvate negli Stati del Sud a partire dalla fine dell’800 che reintroducevano la discriminazione razziale superate solo dalle leggi sui diritti civili a partire dal 1964): dovevo sedermi in fondo all’autobus, utilizzare una sala d’attesa per “persone di colore” nelle stazioni degli autobus, di qualità inferiore, e non potevo entrare in una gelateria: i clienti neri dovevano passare dal retro per essere serviti. Ho anche assistito alla profonda disuguaglianza economica dell’epoca, con la maggior parte delle persone nere che lavoravano come mezzadri per i proprietari terrieri bianchi, in quello che Du Bois descriveva come una nuova forma di schiavitù. Quando mi trasferii a Chicago, mi resi subito conto che il problema razziale non era affatto esclusivo del Sud. Certo, il razzismo era meno esplicito, ma la città era fortemente segregata per quartieri e scuole.»

 

In quegli anni seguiva, da ragazzo, il movimento per i diritti civili?

Sì. Le prime proteste che ricordo risalgono al 1957. Fu allora che nove studenti neri riuscirono a iscriversi alla scuola superiore di Little Rock. Poi vennero le marce. Ero un bambino e seguivo tutto attraverso la radio e la televisione. Quando più tardi frequentai il community college a Chicago, fui introdotto alla sociologia e scoprii che i sociologi studiavano i movimenti di protesta. Per me fu una rivelazione.

 

I suoi primi studi riguardarono proprio il movimento per i diritti civili.

Gli studiosi che avevano analizzato il movimento erano in gran parte bianchi. Avevano una visione molto dall’alto verso il basso. In sostanza, ritenevano che la spinta alla battaglia per i diritti provenisse dall’esterno della comunità nera: dal Congresso che stava cambiando atteggiamento sulla questione razziale, dalla presidenza, dai tribunali e così via. Io invece ho studiato il movimento intervistando praticamente tutte le figure principali che ruotavano attorno a Martin Luther King, quelli che alcuni chiamano i suoi “luogotenenti”. Ho intervistato moltissimi organizzatori del movimento. È così che ho sviluppato un punto di vista diverso.

 

Ci parli dei luoghi in cui il movimento è cresciuto: le chiese.

Le chiese non erano gli unici luoghi, ma svolsero un ruolo cruciale a causa del razzismo esistente negli Stati Uniti durante la schiavitù e poi nel periodo delle leggi Jim Crow. L’unico spazio in cui le persone nere avevano una certa autonomia era la chiesa nera. Era lì che la gente si incontrava, si sentiva libera di esprimersi, si organizzava. Era un luogo che offriva speranza e in cui si agiva collettivamente per raggiungere obiettivi importanti. Era un rifugio dall’ostilità della più ampia società bianca. Il Movimento per i Diritti Civili si organizzò attraverso le chiese proprio perché esse disponevano di una base di massa.

 

Come è arrivato a Du Bois?

Ho iniziato a leggere Du Bois autonomamente. Essendo nero e sociologo, volevo saperne di più su questa figura. Durante il dottorato feci una promessa a me stesso: anche se non veniva insegnato, avrei ristabilito la verità e scritto un libro su Du Bois. Nel corso delle mie ricerche scoprii che Du Bois non era semplicemente un sociologo, ma uno dei fondatori della sociologia. Era contemporaneo di Émile Durkheim e Max Weber. Il mio obiettivo era dimostrare che era un pensatore dello stesso livello dei grandi fondatori europei della disciplina.

Da questo punto di vista, mi considero fortunato nella mia carriera accademica. Quando scrissi il libro sul movimento per i diritti civili, era trascorso abbastanza tempo dal suo periodo di massimo sviluppo da permettere una rilettura diversa rispetto a quelle precedenti. Lo stesso è accaduto con Du Bois. Quando pubblicai The Scholar Denied, il libro ebbe immediatamente grande risonanza perché proponeva una nuova ricostruzione delle origini della sociologia americana. Negli Stati Uniti si era sempre sostenuto che la sociologia fosse nata all’Università di Chicago. È ciò che tutti i sociologi avevano imparato. Poi arriva Morris che critica questa narrazione, sostenendo che la prima grande scuola di sociologia fosse stata fondata da un uomo nero in un’università nera ad Atlanta, in Georgia. Ho mostrato come le ricerche e gli scritti di Du Bois fossero, per molti aspetti, superiori a quelli dei sociologi bianchi dell’Università di Chicago e come offrissero una prospettiva differente.

Un altro aspetto che mi ha profondamente attratto di Du Bois è che non era soltanto un accademico. Non era semplicemente uno studioso. Fu uno dei più importanti attivisti del XX secolo: tra i fondatori del movimento per i diritti civili, del movimento panafricano e un protagonista di primo piano del movimento internazionale per la pace. Era allo stesso tempo uno studioso straordinario e un attivista straordinario. Inoltre scriveva romanzi e poesie. È davvero una figura eccezionale.

 

C’è un momento in cui Du Bois “scopre” il marxismo. Lei sostiene che non si possa definirlo marxista, mentre altri studiosi lo fanno. Perché?

Du Bois inizialmente era uno studioso delle disuguaglianze razziali. Molte persone, compresi alcuni studiosi, lo considerano qualcuno che si è occupato esclusivamente del razzismo negli Stati Uniti. Ma fin dall’inizio sostenne che quella che chiamava la “linea del colore” fosse un fenomeno globale. Lo affermò già nel suo libro del 1903, Le anime del popolo nero, in cui scrisse che il problema del XX secolo sarebbe stato il problema della linea del colore.

Proseguì spiegando che non si trattava soltanto di una questione americana, ma di qualcosa che influenzava Africa, Asia ed Europa. Fin da molto presto sviluppò una visione globale del problema del razzismo e ne scrisse ampiamente.

Negli anni Trenta entrò poi in contatto diretto con Marx e lesse Il Capitale. Riconobbe che l’economia costituisce una forza trainante fondamentale nelle società e che i rapporti di classe sono centrali. La lettura di Marx gli fornì una comprensione più chiara delle origini e delle dinamiche del capitalismo.

Successivamente integrò una prospettiva marxiana nella sua attività scientifica e politica. Molti studiosi oggi sostengono che, dopo aver letto Marx, Du Bois abbia completamente trasformato il proprio modo di analizzare la società. Secondo questa interpretazione, avrebbe vissuto una vera e propria “rottura epistemologica”, abbandonando l’attenzione alla razza come forza motrice della storia.

Io e altri studiosi riteniamo invece che abbia approfondito il rapporto tra razza e capitalismo, sostenendo che la disuguaglianza razziale sia una forza essenziale del capitalismo su scala mondiale e che il capitalismo non possa essere compreso limitandosi all’analisi delle classi e della lotta di classe. Bisogna considerare come classe e razza si intreccino e interagiscano.

Per Du Bois, la razza rimane una forza strutturante delle società. Esistono sia una stratificazione di classe sia una stratificazione razziale. Se non le si considera come un sistema combinato, non si può comprendere pienamente ciò che accade. A mio avviso, Du Bois lesse Marx, ne assimilò il pensiero e la visione del mondo, ma poi li rielaborò. Non li accettò come un dogma, bensì li modificò per adattarli al mondo moderno e al ruolo congiunto svolto da razza e classe.

Credo che l’interpretazione di Du Bois come semplice marxista derivi anche da un pregiudizio. Per molte persone bianche, e per molti studiosi bianchi, è difficile riconoscere gli afroamericani come pensatori autonomi e di grande statura. Così, quando si trovano di fronte a un grande pensatore nero, sentono il bisogno di attribuirne la formazione decisiva all’influenza di un uomo bianco. Da qui nasce l’idea che Du Bois sia diventato un grande pensatore solo dopo aver letto Marx. In questa lettura viene ridimensionato il fatto che Du Bois abbia innovato e trasformato l’analisi marxista.

Oggi, almeno in parte, Du Bois sta entrando a pieno titolo nel canone culturale e accademico. Poche settimane fa è andato in onda sulla PBS un importante documentario dedicato a lui. Molte persone stanno conoscendo Du Bois grazie a questo documentario di due ore.

 

Du Bois scrive della “linea del colore”, che sembra essere tornata particolarmente visibile.

Molti sostengono che fosse semplicemente uno studioso della razza negli Stati Uniti. In realtà, fin dall’inizio affermò che la linea del colore era un fenomeno globale. Elaborò molto presto una visione mondiale del razzismo e ne scrisse diffusamente.

Sì, credo che oggi, in una certa misura, la linea del colore sia più visibile rispetto al recente passato. Alcuni provvedimenti adottati negli Stati del Sud dopo una sentenza della Corte Suprema che ha indebolito il Voting Rights Act del 1965 rappresentano un attacco ai diritti politici conquistati. Ma non si tratta soltanto del diritto di voto. Sono sotto attacco anche i programmi per la diversità e perfino i libri. Molti testi e articoli che trattano della schiavitù, del periodo Jim Crow o delle disuguaglianze in generale vengono proibiti.

Nello Stato della Florida, il manuale introduttivo di sociologia è stato riscritto da autori nominati dal governo statale che non sono nemmeno sociologi.

Credo che molte persone nere si sentano oggi sotto attacco e percepiscano la necessità di trovare nuove forme di resistenza. Non è impensabile che, sotto certi aspetti, si possa tornare a condizioni simili a quelle dell’epoca Jim Crow. È però importante sottolineare che molti bianchi negli Stati Uniti si oppongono a ciò che sta accadendo.

Una versione diversa di questa intervista, più centrata sulla situazione corrente negli Stati Uniti è comparsa sul Corriere della sera