Qualche giorno fa, a Firenze, davanti a un negozio di Zara, lavoratori del tessile di Prato hanno organizzato una piccola manifestazione in solidarietà con dei loro colleghi che lavorano per il grande gruppi di abbigliamento in Turchia. La moda rapida (fast fashion), gli indumenti che compriamo per pochi euro nelle grandi catene, si porta da molti anni dietro lo stigma di essere un luogo di sfruttamento del lavoro, di pessime condizioni di sicurezza nelle fabbriche, di un sistema di subappalto selvaggio nei paesi dove la produzione si è spostata per risparmiare. Il settore è in crescita costante (le stime variano, nel 2026 dovremmo essere attorno ai 170 mld), aumenta il numero di cose che compriamo, diminuisce il numero di volte che le usiamo e una parte consistente fa il viaggio dal magazzino del sito dove abbiamo comprato e ritorno per poi finire in discarica. I dati raccolti dall’Europarlamento segnalano quanto e come la fast fashion sia anche una catastrofe ambientale: tra il 4% e il 9% degli indumenti viene distrutto senza essere usato, l’industria mondiale inquina più di quelle aerea e navale sommate, Nel 2022 gli acquisti di prodotti tessili nell’UE hanno generato circa 355 kg di emissioni di CO₂ a persona, come 1.800 km in auto a benzina.
Il professor Sarosh Kuruvilla, insegna Relazioni industriali all’università di Cornell e studia l’industria mondiale dell’abbigliamento con l’idea che occorra trovare soluzioni, “mia prima preoccupazione sono le condizioni di lavoro”. Per capire, visita fabbriche, parla con dirigenti d’impresa dei grandi gruppi e con funzionari pubblici per poi lavorare a convincere i colossi della moda a cambiare modo di lavorare. Perché se la fast fashion è la punta di lancia, è tutto il mondo della moda a usare manodopera a basso costo e assenza di regole ambientali. Abbiamo incontrato Kuruvilla a Firenza, dove era ospite dell’Istituto Ciampo della Scuola Normale Superiore per un ciclo di lezioni.
La prima domanda riguarda i suoi studi e come li conduce
Mi sono interessato alle catene di approvvigionamento grazie a un comico britannico che lavora negli USA, John Oliver, che conduce il programma Last Week Tonight. Nell’ottobre 2015 fece un servizio sulla moda e su aziende come H&M, Wal-Mart e Gap, denunciando il modo in cui gestivano le catene di subappalto e il modo in cui veniva trattato il lavoro.
Quando ho iniziato nessuna impresa voleva condividere i dati delle proprie catene di subappalto, dopo anni sanno che rispetto gli accordi di riservatezza per cui uso i dati, ma non i nomi dei gruppi che me li danno. Sapevano di esercitare pressione sui fornitori riducendo i prezzi pagati ogni anno o aumentando le richieste sui tempi di lavorazione e quantità. Per capire, vado nelle fabbriche, parlo con manager e lavoratori. È un approccio concreto, basato sul lavoro sul campo che richiede molto tempo.
Come mai nonostante si conoscano i danni prodotti dal loro modo di produrre le grandi imprese globali non vengono quasi mai ritenute responsabili?
Ci sono solo due modi in cui un’azienda può essere ritenuta responsabile per quello che fa altrove: che la sanzione avvenga dove il danno o la violazione si è verificata o che avvenga nel Paese di origine dell’impresa. La maggior parte dei paesi d’origine non ha leggi che regolamentino le attività delle proprie imprese all’estero. Se una multinazionale possiede una filiale nel paese ospitante, quest’ultimo può intraprendere azioni legali contro la filiale, che potrebbe obiettare che la responsabilità ultima spetta alla società madre. Ma come può un Paese ospitante, l’India o il Vietnam, aprire un’azione legale contro una società che ha sede, ad esempio negli Stati Uniti? Possono provare a citare in giudizio negli USA, ma non c’è un sistema legale che lo consenta, i tribunali rigetteranno la richiesta spiegando di non essere il foro competente. È quanto capitato con il disastro di Bhopal del 1985, quando una nube tossica fece migliaia di morti, il rimpallo tra corti indiane e americane per 25 anni e (quasi) nessun responsabile.
Si sperava che la normativa europea sulla due diligence obbligatoria introducesse responsabilità civile, ma questa parte è stata eliminata. C’è poi che nel caso di filiali o fornitori di cui i governi locali a volte sono azionisti o, più prosaicamente, proprietari delle fabbriche e esponenti politici sono legati. Per questo non applicano le leggi esistenti e, soprattutto, perché gli investimenti dei grandi gruppi stranieri sono fondamentali per il loro sviluppo.
Per rispondere alle critiche le imprese si dotano di codici di condotta e li fanno certificare da agenzie che fanno controlli di qualità. Nemmeno quelli funzionano, come mai?
Alcune imprese li adottano per rifarsi un’immagine e perché lo fanno anche le altre, ma delegano i controlli a società di audit che fanno verifiche superficiali. Gli audit durano poco, si tratta di spuntare caselle da un formulario (c’è l’estintore, c’è una pausa, non fa troppo caldo, ecc), gli ispettori non sono ben formati. Se è l’impresa a pagare chi certifica, c’è un evidente conflitto di interessi e si arriva fino alla manipolazione e falsificazione dei dati. Ho visto certificazioni completamente diverse fatte sulla stessa fabbrica da due certificatori diversi, la prima non piaceva, se ne è fatta una seconda. E spesso all’interno delle multinazionali la mano destra (chi fa acquisti dalle fabbriche in Vietnam o Bangladesh e si focalizza su qualità, prezzo e tempi) se ne infischia della sinistra (l’area che si occupa della responsabilità sociale d’impresa).
Il nodo è che le aziende esercitano pressioni sui fornitori, costringendoli a ridurre i prezzi da una stagione all’altra, cosa che non migliorerà certo le condizioni di lavoro. I grandi gruppi non sono disposti a pagare di più per vedere migliorate le condizioni nelle fabbriche a cui appaltano il lavoro, ma è uno sbaglio, consentire alle fabbriche in Bangladesh, Cambogia o India di migliorare in termini di condizioni di lavoro e impatto ambientale avrebbe effetti positivi anche sulla produzione.
Le imprese non sono disposte a cambiare, le burocrazie non funzionano come dovrebbero, gli Stati sono spesso corrotti o hanno interessi in comune con le imprese… dunque?
I grandi marchi vogliono profitti, i proprietari locali delle fabbriche vogliono guadagnare, i lavoratori non vogliono essere sfruttati. Si tratta di interessi diversi. Bisogna trovare soluzioni vantaggiose per tutte le parti, allineare gli interessi. Si tratta di dimostrare, ad esempio, che avere impianti di raffreddamento dell’ambiente che consentano di lavorare a una temperatura accettabile in paesi dove fa molto caldo è un bene per i lavoratori, aumenta la produttività e non costa molto. A Dhaka, in Bangladesh, dove lavorano migliaia di fabbriche che impiegano soprattutto donne, la temperatura aumenta a causa del riscaldamento globale, come aumenta il rischio di inondazioni. In quelle fabbriche spesso non c’è nemmeno acqua fresca. Se non si interviene con politiche di adattamento i lavoratori faticheranno di più, la produttività calerà, le inondazioni metteranno a rischio prodotti e rispetto dei tempi, il paese esporterà di meno. Senza politiche di adattamento ci perdono tutti gli attori. Al Global Labour Institute alla Cornell University, di cui sono parte, abbiamo un caso di studio su una fabbrica della Cambogia dove hanno installato un sistema di raffreddamento dell’aria. Abbiamo calcolato che si tratta di un investimento che si paga in due anni solo in termini di aumento della produttività.
Torniamo quindi al ruolo delle multinazionali. In che modo le loro pratiche di acquisto influenzano la qualità del lavoro? Esiste una correlazione tra le violazioni dei codici di condotta e gli ordini provenienti dalle multinazionali?
Sì. C’è una connessione diretta tra il modo in cui si effettuano gli ordini e alcune violazioni del diritto del lavoro. Io grande marchio riduco il prezzo che pago per un prodotto, il proprietario della fabbrica deve accollarsi quel costo e cercherà di risparmiare qualcosa. Esempio, persino il margine di profitto di colossi come Foxconn (il colosso di Taiwan che produce circa il 40% dei prodotti elettronici da consumo privato) è poco sopra al 2%. Si tratta di margini molto ridotti. Ogni riduzione del prezzo ha un effetto diretto.
C’è poi la questione delle condizioni di pagamento a cento giorni. Nell’industria dell’abbigliamento, fanno l’ordine e dicono al fornitore di andare a comprare il tessuto. Passa un mese. Poi si passa alla produzione, il che richiede dalle quattro alle sei settimane. Durante questo periodo, il fornitore deve chiedere un prestito alla banca per pagare i dipendenti e le spese correnti. Gli ordini vengono fatti online e magari cambiano molte volte dopo che l’impresa europea o americana ha visto i campioni. Se l’ordine cambia si riducono i tempi di lavorazione, con conseguenze sui lavoratori.
Le imprese dovrebbero capire che le pratiche di acquisto comportano un certo stress, pertanto le loro politiche di conformità devono tenerne conto. Infine, gli ordini a breve termine impediscono di programmare. Un ristorante sul mare sa che durante la bassa stagione deve avere una persona in sala per poi averne cinque in estate, lo stesso non vale per una fabbrica che non può contare su un piano temporale di medio termine. Il risultato è che le fabbriche locali non sanno di quanti operai avranno bisogno, il che tradotto pochi operai fissi costretti a straordinari e precarietà per molti, che a sua volta si traduce in un numero più alto di incidenti o in salari più bassi.
Lei parla anche con i fornitori, i proprietari delle fabbriche, cosa raccontano?
Il proprietario di una fabbrica mi ha detto: “Sa, professore, sarei felice di parlare con lei, ma devo essere sicuro che questo non danneggi la mia immagine e quella dei marchi che comprano da me, il mio sostentamento e quello dei miei operai dipende da questo”. Alcuni proprietari di fabbriche si lamentano di dover servire troppi marchi e che alcuni tra questi si comportano male, continuano a ridurre i prezzi e non sono disposti a pagare per i cambiamenti di design che capitano dopo aver visto i campioni. Alcuni marchi tendono ad assumersi un po’ più di responsabilità. Per molti marchi a volte si produce in perdita nella speranza di recuperare l’anno successivo o compensando con ordini di altri.
Parliamo di alcune buone pratiche e anche dei cambiamenti recenti, quelli generati dal Covid.
Dei cambiamenti sono avvenuti dopo il COVID e dopo che la Cina è diventata troppo cara. Dopo il COVID si è assistito a una tendenza a riportare le catene di approvvigionamento in mercati più vicini. Sempre più marchi europei hanno scelto il Marocco e la Turchia, anziché l’Asia e sempre più marchi americani hanno puntato sul Messico. Ma l’Asia rimane il luogo della produzione su larga scala.
Vedo una tendenza di alcuni grandi marchi a stabilire rapporti più stretti con fabbriche con le quali si trovano bene, garantendo ordini per un certo numero di anni. Questa è una novità, come pure quella per cui alcuni grandi marchi stanno riducendo il numero di fornitori, consolidando il rapporto con questi. Se hai un rapporto consolidato con una fabbrica, non c’è bisogno di sottoporla a cento verifiche, perché la conosci. E la fabbrica sa cosa vuoi, c’è collaborazione. Questo mi pare un buon segno perché, facciamo l’esempio dell’aria condizionata, se devo investire in un impianto per migliorare le condizioni di lavoro, so che posso contare su ordini che lo ripagheranno.