Le diverse candidature della destra al primo turno offrivano alternative all’elettorato, l’immigrazione dal Venezuela come spauracchio che ha incontrato le preoccupazioni di vasti segmenti della popolazione, i rapporti del neo eletto presidente Kemp con i leader della destra mondiale.
Dialogo con Javier Sajuria, di recente ospite dell’Istituto.
Il primo turno delle elezioni presidenziali cilene ha segnalato uno spostamento clamoroso dell’elettorato che quattro anni fa aveva scelto il giovane candidato di sinistra Gabriel Boric. Lo scorso 14 dicembre, al secondo turno è stato eletto José Antonio Kast, candidato di destra proveniente da una importante famiglia conservatrice e legata al regime di Augusto Pinochet. Prima del secondo turno delle presidenziali abbiamo incontrato Javier Sajuria, scienziato politico cileno che insegna al Queen Mary College di Londra, in visita all’Istituto Ciampi della Scuola Normale Superiore.
Abbiamo chiesto a Sajuria di parlarci del voto cileno e di cosa significhi. Già dopo il primo turno, con i tre candidati di destra che superavano il 50% appariva evidente che Kast sarebbe divenuto il prossimo presidente.
“Provo schematicamente a elencare le differenze tra i tre candidati e descrivere le coalizioni sociali: chi ha votato per chi e perché. Parlare di tutti i candidati della destra cilena è utile per capire che tipo di coalizione politico sociale si è venuta a determinare.
Partiamo dalla candidata della destra tradizionale cilena, Evelyn Matthei, già ministra con Sebastian Piñera, l’unico presidente di destra nella storia cilena post-Pinochet. Matthei è stata due volte al governo ed è membra dell’Unión Demócrata Independiente (UDI), il più moderato e tradizionale dei partiti di destra, ed è sempre stata una voce meno conservatrice del suo partito su temi etici come l’aborto. Il voto per lei è soprattutto quello dei ceti più abbienti di Santiago, ma è pure il peggior risultato di sempre per il suo partito. Il voto degli eletti dell’UDI in Congresso sarà comunque necessario per qualsiasi maggioranza.
Kast pure viene dall’Udi ma ha lasciato il partito più di dieci anni fa perché lo considerava collocato troppo a sinistra. Kast viene da una famiglia molto cattolica e ultra conservatrice – il padre, un seguace di Milton Friedman, fu presidente della Banca nazionale – è un seguace di Guzman, professore di diritto e ideologo della dittatura cui si deve la costituzione del 1980. Ha idee conservatrici sui temi etici, ma la sua forza è stata la retorica anti immigrati e criminalità, un tema che politicamente, in America Latina, paga esclusivamente in Cile. Kast ha relazioni strette con la destra internazionale, è stato ospite della conferenza CPAC in Ungheria (Conservative Political Action Conference, tradizionalmente tenuta negli USA, ora anche in Europa), è fan di Orban, è stato al meeting internazionale organizzato da Vox.
Infine c’è Johannes Kaiser, l’outsider di un trio nel quale, curiosamente, tutti hanno origini tedesche. Kaiser viene da una famiglia libertaria, la sorella è stata eletta in Senato e il fratello è un intellettuale libertario. Kaiser è uno youtuber, famoso per la retorica contro le donne (e il voto alle donne), le persone Lgbt, l’immigrazione. Eletto nel 2021 ha costruito una piattaforma su questi temi con uno stile molto vicino al modello Trump, Milei, Bolsonaro, non la costruzione di una forza politica ma tutto e solo leadership carismatica. Questa presenza è stata un’ottima cosa per Kast che ha evitato i temi legati ai diritti civili e sociali che gli costarono l’elezione nel 2021. La notte del primo turno, Kaiser è andato al quartier generale di Kast. Si può dire che per certi aspetti hanno lavorato in tandem.
In termini di elettorato, Matthei raccoglie il voto delle classi agiate, specie a Santiago, Kast è andato molto forte al Sud dove c’è uno scontro costante tra le istituzioni e i Mapuche e nelle città del Nord dove arriva l’immigrazione.
Come si spiega questa svolta a destra?
Dal 2005, il partito che governava ha perso le elezioni. Non è dunque solo un insuccesso della sinistra ma una tendenza alla volontà di cambiamento. Ciò detto, la destra ha preso più del 50%, che è qualcosa di nuovo. L’altro fattore è il sentimento anti-comunista, nonostante il PC abbia una tendenza a essere responsabile e rispettoso delle istituzioni. Si tratta di un sentimento diffuso e alimentato in America Latina: in Argentina non c’è un partito comunista di qualche peso, ma Milei ha spesso usato l’insulto “comunista di merda” contro gli avversari politici alla sua sinistra. In una ricerca a campione recente si evidenzia come anche gli elettori di centrosinistra vedano i comunisti come una minaccia alla democrazia.
La cosa interessante è che c’è un quarto candidato, Franco Parisi, che ha idee economiche neoliberali ma è un populista allo stato puro. La cosa che mi viene in mente per trovare un paragone al suo Partido de la Gente sono i 5 Stelle delle origini, non definibile come destra o sinistra ma con una retorica anti establishment. Parisi ha ottenuto quasi il 20% dei voti ed eletto 14 deputati. Il suo successo è dovuto soprattutto al voto delle regioni minerarie (che non son povere).
Volendo fare un paragone con l’Argentina di Milei, anche Kast non ha un mandato politico e una maggioranza in Congresso tale da realizzare tutto il proprio programma…
Non avrà una maggioranza e dovrà fare accordi con gli altri partiti ma ci sono strumenti che il governo Boric ha approvato per rispondere alla pressione dell’opinione pubblica – e che non erano parte della sua agenda – che concedono al governo molta libertà in materia di sicurezza e criminalità. C’è una nuova ministra per la sicurezza pubblica, una nuova agenzia per il crimine, un nuovo sistema civile di intelligence che non esistevano prima. Quindi la quantità di potere e di risorse che Castro avrà su crimine e immigrazione senza dover passare per il Congresso è enorme. È molto più di quello che qualsiasi suo predecessore abbia avuto.
Dunque Kast, forse non avrà i voti in Parlamento per approvare qualsiasi riforma voglia, o comunque dovrà negoziare con le altre forze di destra volta per volta, ma sui temi che sono stati il centro della sua campagna, ha poteri che gli consentono di implementarla. Certo, Kast ha fatto campagna puntando alla maggioranza assoluta o addirittura a quella dei tre quinti necessaria per modificare la Costituzione. Non ha ottenuto né una né l’altra, ma c’è molto che può fare senza passare per il Congresso, anche nei limiti costituzionali democratici la presidenza ha più poteri di prima. Kast non ha evitato di segnalare che potrebbe usarli. Persino usare l’esercito nelle strade, il che, in Cile democratico, si è visto solo durante le grandi proteste del 2019. Ora, è inutile segnalare che schierare i militari in strada, in Cile, è qualcosa che evoca fantasmi.
Un terreno sul quale Kast avrà problemi, credo, è quello relativo al fisco: ha promesso di tagliare le tasse, in particolare quelle per le imprese, e un taglio della spesa pubblica. Su questo gli serve il voto del Congresso con cui dovrà giocoforza negoziare.
Il fatto è che il Congresso cileno è molto frammentato, non solo per il numero di partiti che riesce ad eleggere loro rappresentanti ma perché dentro a ciascun partito ci sono fazioni che trattano ciascuna per conto proprio, non c’è una disciplina di partito. Ogni governo deve andare a cercare i voti uno ad uno, un po’ come succede nel Senato degli Stati Uniti. Ciò significa che dovrà negoziare con il Partido de la Gente (PDG) che ha eletto 14 parlamentari. Il PDG sarà spesso la chiave, specie alla Camera In Senato che è sostanzialmente diviso a metà. Qui Kast avrà sempre bisogno di almeno un voto per far approvare le sue leggi.
Ma immigrazione e criminalità sono davvero un’emergenza in Cile o c’è come a volte accade, un allarme sociale non del tutto giustificato e alimentato dalle forze politiche di destra?
Partiamo dai dati sulla criminalità. Se incrociamo i dati della polizia con il numero di denunce è difficile sapere esattamente cosa succede perché molti reati non vengono denunciati, che si tratti delle violenze sessuali per ragioni di stigma per la vittima o di furti perché la gente pensa che sia inutile. C’è però una percezione che il paese stia diventando come la maggioranza dei paesi latinoamericani. La verità è che il divario tra percezione e realtà è piuttosto grande nonostante la penetrazione dei cartelli venezuelani ci sia stata. Siamo dunque di fronte a una combinazione: nuova criminalità e media e politica che ne strumentalizzano e amplificano l’impatto. Ma la situazione non è grave, facciamo un esempio: tutta la destra mondiale loda i modi del presidente salvadoregno Bukele nel combattere la criminalità che, da quando è stato eletto, è passata dal 100 omicidi per 100mila persone l’anno – un dato che nessun paese al mondo aveva mai toccato – a quasi 0. Prima tutti conoscevano qualcuno morto ammazzato, oggi tutti conoscono qualcuno in carcere. In Messico gli omicidi sono 25 per 100mila abitanti e in Ecuador 45. In Cile, al picco della criminalità subito dopo la pandemia, il numero di omicidi era 6 ogni 100mila persone ma oggi siamo a 3-4, quando il dato migliore mai avuto è due. Il Cile, insomma, è un paese sicuro, come l’Uruguay o il Costarica.
Parlando di immigrazione, la cosa da segnalare è che nonostante l’afflusso di persone in fuga dal Venezuela non sia paragonabile a quello verso la Colombia, questo è stato molto rapido. Se dieci anni il numero di immigrati era pari all’1% della popolazione, oggi siamo al 9-10% e il grosso è arrivato in sette anni. La rapidità della crescita del numero di migranti ha, in alcune aree, messo pressione sulla qualità dei servizi pubblici, suole, sanità. Sia Piñera che Boric non hanno saputo mettere in piedi un sistema efficace per quanto riguarda il sistema di regolarizzazione di queste persone che dunque in molte vivono da irregolari, il che aumenta la loro marginalità e dunque la percezione di insicurezza nella popolazione. Tanto più che in questi anni i Narcos sono penetrati in alcuni paesi – l’Ecuador soprattutto – facendo crescere la violenza. C’è anche questa percezione di quel che succede fuori.
Lei ha parlato di poteri speciali, c’è il rischio di una deriva autoritaria? E ci sono anticorpi?
Il rischio di deriva autocratica c’è. Molte persone con cui ho parlato pensano a Kast come a un candidato rispettoso delle istituzioni: “Avrà anche idee estreme ma è un politico già eletto diverse volte, è elegante”. Io sono più scettico soprattutto perché guardo alle persone con cui si accompagna: è estremamente vicino a Orban, a Trump, Bolsonaro ed evoca spesso le politiche di Bukele come esempio. E poi è stato un sostenitore di Pinochet, il che non lo rende immune alle sirene dell’autoritarismo. Ad esempio, tutti i candidati della destra sono uniti dalla contrarietà all’indipendenza del potere giudiziario. Non riesco a non pensare che potrebbe avere tendenze autoritarie. Le userà? Il sistema cileno non consente la rielezione per due mandati consecutivi e quindi non sappiamo se vorrà evitare certe tendenze per poter poi tornare a correre tra otto anni o se approfitterà della chance che gli viene data, un po’ come fa Milei. Io credo che sia più probabile la seconda ipotesi, ma spero che non sia così.
Ci sono anticorpi?
Come accade in Argentina c’è una rilettura del periodo della dittatura e, a differenza di questa dove i generali sono stati messi in carcere, la transizione cilena è stata l’integrazione dei membri civili della dittatura sono stati assorbiti dallo Stato e dalla politica, Pinochet è rimasto capo delle forze armate per qualche anno. Non c’è stato un taglio netto. Credo ci sia un sentimento diffuso che in fondo la dittatura non è poi stata così male, un sentimento alimentato dalla destra, come c’è una forte spinta anti-femminista, non nel senso che, ad esempio l’aborto sia impopolare, ma che chi è contrario è diventato più rumoroso. Ma l’immigrazione resta il centro di tutto, ricordo un po’ di xenofobia ma neppure lontanamente ai livelli che vediamo.