Lo scorso maggio l’Istituto Ciampi della Scuola normale superiore ha ospitato le autrici e gli autori di una raccolta di saggi che guardano alla Commissione von der Leyen in un’ottica di genere (The European Commission under President Ursula von der Leyen: Gender, Leadership, Policies, and Crises, Oxford University Press, 2025). Il volume, curato da Gabriele Abels (Università di Tübingen), Johanna Kantola (Università di Helsinki), Emanuela Lombardo (Scuola normale superiore) e Henriette Müller (New York University, Abu Dhabi), offre un’analisi sul ruolo che le questioni di genere hanno avuto per la leadership di Ursula von der Leyen, nella definizione dell’agenda e nella produzione di politiche. Quel che ne esce è un quadro di luci e ombre, nel quale attenzione e innovazioni positive si accompagnano a continuità e passi indietro. Abbiamo incontrato le curatrici assieme ad Anna Elomäki (Università di Tampere) e Jane Freedman (Università Paris 8), i cui lavori compaiono nel libro.
Von der Leyen ha scelto di mettere le questioni di genere in cima all’agenda durante il suo primo mandato dopo anni di mobilitazione delle donne. Possiamo dire che questa nuova importanza attribuita alle questioni di genere fosse anche una risposta a ciò che stava accadendo nella società europea?
Emanuela Lombardo: Durante il primo mandato abbiamo osservato una risposta netta all’opposizione conservatrice alle politiche e al discorso che promuove l’uguaglianza di genere, e un’agenda proattiva. Ciò è avvenuto innegabilmente anche perché esisteva una spinta di lungo periodo in favore dell’uguaglianza proveniente dal Parlamento europeo e dalle organizzazioni della società civile transnazionale. Non si è dunque trattato di un one woman show, le politiche sono il frutto di una domanda di lungo periodo da parte di attori istituzionali e della società civile.
Gabriele Abels: Aggiungerei che von der Leyen aveva già messo il tema in agenda da ministra in Germania. Naturalmente, tutto ciò si costruisce anche su decenni di attivismo per i diritti delle donne. Tuttavia, con i suoi predecessori non c’era mai stata una vera e propria agenda sulla parità e sui diritti delle donne in Commissione, mai una strategia reale, solo documenti interni. Questo è stato certamente un cambiamento. C’è poi il fatto di sapere che la sua nomina era contestata, e che le serviva il consenso dei socialdemocratici e dei Verdi, e si rivolgeva a loro attraverso le proposte di Green Deal e sulle questioni di parità di genere.
L’intervista completa sul sito di Ingenere https://www.ingenere.